RICORDARE


Cercammo di contattare telefonicamente il Compartimento al numero che aveva lasciato il babbo, ci rassicurarono che stava bene, ma non parlarono dell’attentato, rimasero vaghi e non capimmo se fosse sull’Italicus oppure no. Richiamammo più tardi per avere notizie precise e confermarono che era scoppiata una bomba sul treno, i macchinisti erano illesi e ci raccomandarono di aspettare fiduciosi che quanto prima nostro padre si sarebbe messo in contatto con noi. Nell’attesa estenuante perdemmo la cognizione del tempo. Finalmente la telefonata arrivò e sapemmo che era vivo. Nei giorni seguenti parlava con difficoltà, con la voce bassa e rauca, come chi ha urlato troppo a lungo, si limitava a rispondere con monosillabi alle nostre domande; noi pensavamo che avesse fumato troppe sigarette, per il nervosismo, per stare sveglio, solo diversi mesi dopo capimmo che il suo tacere era una reazione alla terrificante esperienza. Lentamente si riprese, rientrò in servizio, tuttavia ci vollero anni, perché superasse il senso di colpa di essere sopravvissuto e iniziasse a raccontare quanto era successo.    Confessò di aver telefonato dopo mezzogiorno, perché non si ricordava il numero e che dopo essere sceso alla stazione di Empoli si era avviato lungo il Parco della Rimembranza e non riuscendo ad orientarsi per trovare casa, aveva chiesto di via Leonardo da Vinci, fingendo di essere forestiero. All’inizio si soffermava sugli aspetti tecnici, meno coinvolgenti: il nuovo freno in sperimentazione sul treno, l’arrivo in ritardo a Firenze, l’aggiunta di carrozze. Dopo anni di silenzio, di racconti episodici, si sciolse finalmente sull’orrore che aveva vissuto. La bomba era scoppiata sulla carrozza di mezzo nella galleria di San Benedetto Val di Sambro poco dopo l’una di notte.

Le famiglie viaggiavano per rientrare dopo le ferie o dopo un periodo di visita ai parenti del sud o per andare a trascorrere qualche giorno in montagna e togliersi dal caldo della città, i giovani pregustavano la vacanza imminente o ripassavano i momenti di quella trascorsa, chi pensava al lavoro lasciato o da ricominciare, i militari stavano per ripresentarsi in caserma scaduto il congedo o quelli che l’avevano appena ottenuto, tornavano a casa; il personale viaggiante delle ferrovie per non disturbare si era messo a sedere e stava riempiendo le tabelle di marcia. Sonnecchiavano nel rumore cadenzato che ormai non dava fastidio, scossi da destra a sinistra, da sinistra a destra in movimenti regolari e rassicuranti. Alcuni erano sdraiati di traverso sui sedili dove avevano trovato posti liberi, qualcuno dormiva appoggiato alle spalliere con il mento sul petto, altri ancora, pisolando tenevano le tempie pressate sui poggia testa laterali insieme, dall’altra parte, al marito, alla moglie, al fidanzato, alla fidanzata.

Era fresco. Si stava bene.    I loro pensieri non saranno più.  

Un grande boato, nella cabina di guida si guardano negli occhi: la decisione è unanime e immediata: hanno capito. Non innestano la frenata rapida, come vuole il regolamento, il Primo macchinista, giovane ma già esperto, aziona la leva del nuovo sistema frenante che sembra accelerare e il treno esce fuori dalla galleria.